mercoledì 26 settembre 2012

Moi et mon ouïe


Beethoven, Ludwig van (1770-1827). Symphony, no. 1, op. 21, C major. Copyist's manuscript. Part for first violin

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Ho davanti a me, sulla mia scrivania, alla quale ho cambiato posizione proprio ieri, sotto le mie mani, diversi oggetti, ad iniziare dal mio vecchio iBook G4, con lo sfondo rosso e blu di Mirò, il cellulare, immancabile, l’evidenziatore azzurro, la foto di mio nipote racchiusa nella sua cornice colorata, tanti fogli che parlano del meraviglioso, disperante problema che mi ha accompagnato dagli anni dell’università ad oggi. Il più suggestivo , tra tutti i fogli volanti, non ha il solito formato A4, è piuttosto un rettangolo di carta 21x24 con segni nient’affatto spaventosi, anzi. E’ diviso in sezioni, nella parte superiore vi è un piccolo spazio, rettangolare anch’esso, diviso, al suo interno, da una piccola rete di quadrati che contengono, riprodotti alla perfezione da sottili tratti neri, un cerchio, due frecce, una verso destra, l’altra verso sinistra, un quadratino, all’interno del quadrato che lo ospita, tre triangoli con i vertici ognuno rivolto verso una direzione differente ed un segno x. In alto a sinistra del rettangolo appena descritto c’è il nome della mia regione e il numero dell’unità sanitaria locale. Bella scrittura della dottoressa che ha eseguito l’esame con la sua “osservazione e diagnosi” composta di ben otto parole e in basso sempre sulla sinistra un bel diagramma con linee segnate a penna che paiono tuffarsi verso il basso e verso l’uscita dai limiti di quella rete segnata da numeri. E’ il mio udito,  dicono. Mica male che si possa rappresentare in quel modo, linee discendenti una bianca e una rossa, spezzate e dinamiche, segni futuristi. Peccato che ad un certo punto la loro direzione si perda; forse in un certo punto invisibile, non rappresentabile, quelle linee risalgono in alto, sempre più sù, tra nuvole e satelliti, sino a raggiungere stelle sconosciute . Zang zang tumb tumb, scintillano, proprio come me , quando sono felice. Ci sono, poi altri fogli in A4 con riprodotte bibliografie, mappe, tipo mappe concettuali che invece descrivono percorsi da seguire per la diagnosi e la cura delle persone, soprattutto bambini affetti da sordità più o meno gravi, i trattamenti protesici, gli interventi chirurgici. Diritti? alcune regioni li hanno stabiliti, altre non si capisce, altre ancora riportano le interrogazioni di singoli politici dei consigli regionali. Tra i libri ospitati dall’immenso (virtualmente, o meglio, con l’immaginazione) spazio della scrivania, se ne trova uno, si intitola Vedere Voci *. 
Da questa parte della scrivania, ci sono io e il mio udito, quello non disegnato, quello misterioso, quello che, in ogni istante della mia vita non si stanca di mettermi in relazione con  me stessa e il mondo, pur, a volte, nel silenzio quasi totale, laddove altri sentono il canto di usignoli o pettirossi. Sento una mancanza, ne conosco l’esistenza, riesco ad immaginarne la sua diffusione nell’aria, ma rimango nell’assenza del senso. Ho imparato che anche le voci umane possiedono toni alti e toni profondi e pieni, quelli profondi e pieni mi sono più congeniali degli acuti. Ho imparato anche che la comprensione della voce è strettamente legata alla relazione tra gli interlocutori, emittenti della voce stessa. Può sembrare molto strano, ma sono testimone del fatto che nella storia del mio udito la voce che esso mi veicola con più facilità è quella di mia madre. E io non sono una bambina. A volte, poi, si cerca di afferrare quelle voci che suonano ma non dicono e allora può capitare di rimanere un poco in dubbio se è il senso dell’udito che difetta o non qualcos’altro, l’esistenza di un’altro vuoto, magari nel significato delle parole udite. Il momento più drammatico per ogni individuo che viva con il proprio udito questa difficile, ma sorgiva, relazione, è quando si attribuisce al suo carattere tutta la responsabilità della difficoltà nella comunicazione. Sono quei momenti nei quali, l’individuo in questione si sente inadatto, incapace, inferiore, colpevole, solo.  Ho imparato, così, osservando le onde sonore spandersi nell’aria, ancor più che studiando i libri di linguistica di De Saussure o di Maria Corti o di Noam Chomsky, che la comunicazione avviene tra due persone solo ed esclusivamente se sussiste la volontà che essa si realizzi. Ho scoperto che, così come non si può pretendere di camminare elegantemente sottobraccio al proprio amico sulla sedia a rotelle, ma ci si deve rassegnare a camminargli dietro e spingere la sua carrozzina, è impossibile per qualsiasi amico di qualsiasi ipoudente, abbassare il tono della voce al livello del gossip, imporre l’unica regola del galateo imparata per distinguersi dall’italiano medio, quella del parlare sempre e comunque sottovoce. Ho imparato che anche il coraggio può essere misurato in base all’atteggiamento che si assume nei confronti di un udito difficile e persino, la volontà di assumersi la responsabilità delle proprie parole. Questo ed altro, molto altro, può veicolare una condizione fisiologica o esistenziale che si discosti dalla “norma”. 
Oliver Sacks, nel suo libro meraviglioso sul linguaggio, sulla nascita e sullo sviluppo di esso nei bambini sordi dalla nascita, sulla lingua dei segni che contraddistingue ed unisce molte comunità di non udenti sparse in tutto il mondo, ci svela moltissimi dei misteri che presiedono alla struttura e alla plasticità che il cervello utilizza e rivela nel modificare i suoi centri percettivi in base alle esigenze di adattamento all’ambiente e alle condizioni fisiologiche dell’organismo che presiede. In presenza di un deficit uditivo, altre zone del cervello vengono allertate e sviluppate per sopperire a quella mancanza. Si sviluppa, così, in pazienti sordi dalla nascita ma cresciuti in ambienti adatti, un  “linguaggio visivo”. Anche questo passa, però, attraverso la volontà di affrontare il problema con un punto di vista differente da quello che assumerebbe la “malattia” come dato di fatto immutabile e semplicemente “negativo”. Nel caso dei bambini nati sordi è fondamentale la famiglia e la possibilità di accesso a strutture socio-sanitarie efficienti, nel caso degli adulti è fondamentale un sistema sociale capace di riconoscere e salvaguardare titoli di studio, competenze e professionalità acquisite dall’adulto con problemi di udito. Un sistema attento alla dignità e ai diritti civili di ogni cittadino. 
Io sono un’insegnante. Laurea in Lingue e Letterature Straniere conseguita nel 1988 presso l’Università di Sassari con 110 e lode. Concorso a cattedre superato l’anno successivo per l’insegnamento di Lingua Inglese nella scuola secondaria di primo grado, quella che comunemente chiamiamo “scuola media”. Una decina d’anni di insegnamento frontale e poi l’utilizzazione, secondo la norma contenuta nei decreti delegati del 1974 (art.113) e disciplinata dai Contratti Collettivi Nazionali successivi. 
Io sono l’insegnante dell’audiogramma descritto all’inizio.
Io sono una di quelle insegnanti (circa 3500 in tutta Italia) che lo Stato ha deciso di non riconoscere più in quanto insegnanti poiché “malate”, ovvero portatrici di quello che può essere considerato un handicap, nel mio caso l’ipoacusia, seppure, in parte, rimediabile con l’utilizzo di protesi acustiche. Sulla base di questo mio handicap, che non pregiudica le mie facoltà intellettive, che non rende vana  la sostanza degli studi affrontati, che non impoverisce l’esperienza didattica, semmai l’arricchisce, lo Stato, con il suo ultimo decreto chiamato Spending Review, ha deciso che tutto il mio lavoro non esiste più. Il mio lavoro da docente, il mio lavoro da docente bibliotecaria, il percorso di studi universitari e post universitari, prima per affrontare la docenza in classe, poi per realizzare  l’obiettivo della diffusione dell’abitudine alla lettura, della pratica della ricerca sui testi e su tutti i più moderni mezzi di accesso all’informazione, in quanto supporto  alla crescita intellettuale e culturale delle giovani generazioni. Secondo il decreto del 6 luglio dovrei abbandonare la classe e la biblioteca. Secondo il decreto del 6 luglio, o Revisione della Spesa Pubblica,  dovrei raggiungere un’altra stanza all’interno di uno degli edifici scolastici più o meno fatiscenti della nostra Nazione, per occupare un posto tra gli appartenenti ai ruoli del personale ATA (personale tecnico e amministrativo). Con la mia laurea, con i miei studi di letteratura, di poesia, di linguistica, di arte, di psicologia, con l’immensità che si apre a chi ha la fortuna di conoscere le biblioteche, i libri. Dovrei andare ad occuparmi di un lavoro per nulla determinato da me. Di un lavoro nel quale non è richiesta la capacità di progettare, ideare, insegnare, tutte capacità indispensabili e imprescindibili dal ruolo docente, sulle quali non solo abbiamo studiato ma siamo stati esaminati e valutati nel tempo. Un lavoro, quello amministrativo, per il quale non ho studiato, che non ho scelto, al quale non avevo mai pensato. Nel quale mi sentirei tradita, delusa,  di me stessa e del mondo. In questa decisione, io vi leggo, purtroppo, l’affermazione implicita che il mio lavoro non sia valso mai. La consapevolezza del mio handicap, che mi portò anni fà a chiedere di essere utilizzata presso la biblioteca di un liceo della mia città, anch’essa deve essere annoverata tra gli elementi che invece di aggiungere valore alla mia scelta, di arricchire l’apporto da me dato alla società con la mia attività di docente bibliotecaria, è considerata dallo Stato attuale come arma da usare contro di me. Pare quasi che la volontà vera, quella che si realizza negli atti che le persone compiono, quella positiva, capace di modificare in meglio l’ambiente nel quale si esplica, venga considerata da questo Stato, un difetto, meritevole di essere punito. Può essere anche che non vi sia da parte del nostro governo questo intento punitivo. È davvero possibile! Ma allora? Si tratta semplicemente di incompetenza? Di leggerezza? Di distrazione? È questo quello di cui abbiamo necessità? L’approssimazione? I tagli indiscriminati nel lavoro, che già subisce gli effetti di una crisi impensabile solo pochi anni fa? Se non si riconoscono più neppure i titoli di studio conseguiti dalle persone negli anni passati e si prende a pretesto un dramma personale come quello rappresentato per ognuno da una malattia, da un handicap, per risparmiare sul bilancio della spesa pubblica, non si rischia di far, invece, crollare tutto? Tutto quello sul quale, anche il nostro progresso, quello dell’Italia, si è basato nel corso degli anni? Non può essere fraintesa come la constatazione che si è voluto rinunciare alla necessità di rimanere un paese "civile" pur nelle difficoltà economiche innegabili? 


*Oliver Sacks,
Vedere Voci. Un viaggio nel mondo dei sordi
Adelphi, 1990



2 commenti:

  1. Invia questo tuo scritto, Mat. Invialo ai giornali, ai forum, ai comitati. Fa' che venga letto, anche se entrambe sappiamo che la "comunicazione esiste esclusivamente se sussiste la volontà che essa si realizzi", come affermi in questo tuo straordinario scritto.
    Sei una forte, non abbatterti.

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